
si può fare.
resoconto di un weekend speciale a padova, concluso con la torta più buona mai mangiata (grazie a lorè e berg).
concludere la prima maratona è un'esperienza che non si può spiegare.
questo non è uno sport: è mettersi davanti ad un particolarissimo specchio per scoprire se stessi.
significa guardare in faccia le proprie debolezze, scoprire tutti i propri difetti, stupirsi delle proprie capacità, imporsi una disciplina, inventarsi qualcosa per superare le difficoltà, conoscere i propri limiti e provare ad accettarli.
ma è anche delirio di onnipotenza, viaggio in un territorio inesplorato, distacco dalla quotidianità, emozione nel vedere un ragazzo spingere una carrozzella per 42km, guardare in soggettiva due ali di folla che applaudono, credere di morire ma lo stesso andare avanti, ridere insieme a gente sconosciuta, buttare nel cesso mesi di allenamento per uno stupido imprevisto, cercare le proprie motivazioni come un portafogli smarrito, sentirsi eroi e coglioni allo stesso tempo, fare ricorso ad energie insospettate, piangere di gioia negli ultimi 195 metri, scoprire i poteri taumaturgici della parola "arrivo".
insomma, mac si è trovato dentro un incubo, il peggiore incubo, ed è riuscito a venirne fuori con le proprie forze, senza forze.
una fatica immensa, che alla fine è durata più di cinque ore, ma che, incredibilmente, è passata subito.
e già vacilla la convinzione di non farlo mai più.
ma viene voglia, semmai, di provare a spostare l'asticella un po' più in alto.
